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28/09/2004
 

SILENZIO IN SALA...PARLA GAGGIO (SECONDO EPISODIO)

ATTENZIONE!!! Il seguente racconto esula completamente da qualsiasi tema cinematografico o attinente ad esso.

HO DECISO DI PUBBLICARE DEMOCRATICAMENTE QUESTA LETTERA E DI PROPORLA ANCORA UNA VOLTA AL VOSTRO GIUDIZIO, NELLA SPERANZA CHE POSSA NASCERE UNA DISCUSSIONE INTERESSANTE (SEMPRE BENE ACCETTE A BLOGMOVIE) MA SOPRATTUTTO COSTRUTTIVA E POSSIBILMENTE DAI TONI CIVILI. DETTO QUESTO...

 

“Già che mi hai postato un così bel ipse dixit, ti racconto la mia esperienza di ieri sera………

 

Il padre di una mia amica ieri lavorava in un nuovo disco pub, a suo dire molto carino. Spinti da una immotivata quanto innocente fiducia nei suoi confronti siamo andati a vedere. Fuori dal locale, che abbiamo scoperto essere un circolo, siamo stati in attesa qualche minuto che il padrone ci compilasse la tessera per poter entrare e consumare a prezzi popolari. Durante questi pochi minuti non ho potuto fare a meno di esprimere il mio disappunto per la musica R&B, Hip Hop, Black o come cazzo la chiamano i filoamericani, che sentivo provenire dall’interno del locale. Irritato dai lamentosi suoni di cui ti ho detto, così lontani dal nostro gusto e cultura, e frutto di una società ad un livello di degrado che spero non toccheremo mai, non ho posto più di tanta attenzione al buttafuori negro, o nero come dicono adesso i benpensanti, dotato di incisivo superiore d’oro, pizzetto ossigenato a contrasto, abbondanti catene d’oro stile gangsta. Alla prima macchinata di negri, o ragazzi di colore come dicono adesso i benpensanti, non mi sono per nulla scomposto, pur trovando fuori luogo uno stile che associo ai sobborghi delle metropoli americane e a MTV. Alla seconda, terza, quarta ondata di figuri caratterizzati dai segni distintivi che ti ho detto ho incominciato a sentire che qualcosa non andava nel verso giusto, come se di colpo la certezza di trovarmi nel rassicurante entroterra marchigiano, patria del Verdicchio, della Lacrima e degli elettrodomestici da cucina, fosse svanita in favore dello smarrimento di chi si trova nel posto sbagliato, in una realtà creata per escluderlo, per relegarlo nella diversità. Inutile dire che all’interno lo spettacolo non era diverso dalle aspettative, e la sospettata diversità si è dimostrata realtà. Voglio dire, pur non essendo padre, non credo che permetterei a mia figlia di 6-7 anni di imitare con disarmante efficacia le bagasce, o ballerine funky come dicono i benpensanti, dei video di MTV, specialmente in una pista piena di viscidi degni dei peggiori ambienti gangsta-rap. Credo che capirai come, dopo aver letto il tuo ipse dixit nel pomeriggio, mi sia sentito schiacciato dall’ironia della sorte quando ho notato che il barista, di cui ti lascio intuire lo stile, indossava una maglietta sul cui retro campeggiava la scritta “TONY MONTANA”, e, come a ribadire che non si trattava di un equivoco, “SCARFACE”.

Scusa se mi sono dilungato tanto, ma capisci il mio stato d’animo, nonostante sia stato contento dopotutto di fare una esperienza di questo tipo, in modo da non dimenticare di farmi una domanda a cui non credo che tu saprai darmi risposta, magari ci proverà uno dei benpensanti sopraccitati: da dove deve partire quella volontà di integrazione sulla quale il solo porre il dubbio è considerato xenofobia, razzismo, e quant’altro la storia abbia condannato, e perché chiudere gli occhi di fronte alle differenze, non certo limitate al colore della pelle, che valorizzano ognuno di noi?”

 

 

Federico Gaggiotti



25/09/2004
 

IPSE DIXIT PARTE IV

"Io un comunista lo ammazzo anche gratis, per la carta verde sarei disposto anche a sotterrarlo"

(Tony Montana, Scarface)



postato da dcql | 15:19 | commenti | ipse dixit
19/09/2004
 

MAN ON FIRE

Breve trama:John Creasy (Denzel Washington), un ex-marine distintosi in passato in operazioni antiguerriglia, è tormentato dal suo passato: le morti da lui provocate lo hanno spinto all’alcolismo. Un giorno il suo vecchio amico Rayburn (Cristopher Walken) lo chiama in Messico, ad El Paso, per fare da guardia del corpo alla figlia di un ricco industriale dato che nella città i rapimenti di bambini sono aumentati. Creasy accetta l’incarico, ma solo per fare un piacere al suo amico. All’inizio il rapporto di Creasy con la bambina, Pita Ramos (Dakota Fanning) è molto freddo e distaccato, ma in poco tempo l’uomo si affezionerà alla bambina, che diventerà per lui un nuovo motivo per ricominciare a vivere.

Ma i rapitori hanno nel mirino Pita: tendono un agguato a Creasy, lo feriscono e prendono la bambina.L’uomo viene così ricoverato in gravi condizioni: al suo risveglio, scopre che la bambina è stata uccisa dai rapitori.L’unica strada che può ormai percorrere è la vendetta, contro “chiunque abbia tratto un profitto da questo!".

Uno ad uno, Creasy riuscirà a punire tutti i responsabili dell’omicidio di Pita: la sua indagine personale lo porterà a scoprire che tra i mandanti del sequestro c’erano anche persone neanche minimamente sospettabili.

Commento: ”la vendetta è un piatto che va servito freddo” era la frase chiave dell’ultimo capolavoro di Quentin Tarantino, “Kill Bill”.

Anche nel film di Tony Scott viene ripresa questa frase, e non poteva essere altrimenti visto che il tema dei due film è lo stesso.

Creasy è l’equivalente in versione maschile di Beatrix Kiddo: entrambi, dopo aver perso ogni ragione di vita, trovano come ultimo scopo delle loro vite il regolamento dei conti con coloro che hanno rovinato le proprie esistenze.

La vendetta di Creasy è però molto più rabbiosa, crudele: la scena in cui l’ex marine piazza dell’esplosivo nel sedere di un poliziotto o l’altra in cui taglia ad una ad una le dita di uno dei rapitori ci mostrano che egli non ha nessuna pietà per questi delinquenti, ed il suo passato, che prima avrebbe voluto dimenticare, è invece riaffiorato con veemenza.

Mettendo ora da parte i paragoni, il film è molto scorrevole ed intrigante: l’indagine condotta da Creasy porta lo spettatore a volere scoprire sempre di più.

Quindi, anche se molto lungo, Man on Fire non annoia.

Oltre alla violenza, volevo parlare anche del montaggio del film, che a molti potrebbe non piacere: difatti il regista mette spesso a dura prova l’occhio dello spettatore con soluzioni visive estreme, quali zoom, controzoom, cambi di inquadratura, sdoppiamenti.

A me è sembrata una buona scelta: lo spettatore in questo modo riesce bene a capire il mondo in cui viveva Creasy durante il suo alcolismo ed anche dopo, quando la ricerca di Pita lo porta a smettere.

Infine volevo parlare brevemente degli attori: sulla bravura di Denzel Washington sono già state spese molte parole, mentre su quella della piccola Dakota Fanning no.

La bambina, già vista in “Mi chiamo Sam”, dove aveva parzialmente oscurato l’ottima recitazione di Sean Penn, sembra avere le carte in regola per un brillante futuro da attrice.

Non bisogna dimenticare poi tre attori che recitano dei camei più o meno importanti nel film: Christopher Walken nel ruolo dell’amico Rayburn, Giancarlo Giannini nel ruolo del detective erotomane Manzano ed infine Mickey Rourke in quello dell’avvocato di famiglia Jordan.Una curiosità:lo sapevate che il film sarebbe dovuto essere stato realizzato nel 1980, con Marlon Brando nei panni di John Creasy?

Voto al film: 8

Recensione a cura di Fabio Balzani



postato da dcql | 19:23 | commenti (4) | recensioni
06/09/2004
 

SHINING

“Wendy, tesoro, luce della mia vita!Non ti faro' niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti faro' niente. Soltanto, quella testa te la spacco in due, quella tua testolina te la faccio a pezzi!”
 

Questa probabilmente è la frase più famosa del celebre film del regista Stanley Kubrick:Jack, ormai in preda alla follia, insegue la moglie Wendy per ucciderla, ricevendo in cambio una sonora mazzata in fronte!

Il titolo del film significa “luccicanza”:esso si riferisce alla capacità di Danny e del cuoco Halloran di comunicare telepaticamente tra di loro.

Passiamo ora alla trama del film:

Trama:Jack Torrance, scrittore di scarso successo, da poco disintossicatosi dall’alcool, accetta di diventare il custode invernale di un albergo, l’Overlook Hotel, che era stato eretto sopra un antico cimitero indiano e in cui anni prima un altro custode, Delbert Grady, aveva sterminato la moglie e le sue due figlie. Jack è convinto che l’isolamento lo aiuterà a concentrarsi di più sulla stesura del suo nuovo romanzo.

Grady era diventato pazzo a causa dell’isolamento:difatti d’inverno l’hotel era vuoto ed inoltre la neve impediva qualsiasi contatto con l’esterno.

Jack parte così assieme alla moglie Wendy e al figlioletto Danny, dotato di capacità telepatiche, per l’hotel:arrivati a destinazione, Danny scopre che il cuoco Halloran ha la sua stessa abilità.

Questi gli dice di mettersi in contatto con lui se qualcosa di strano dovesse accadere.

Arriva così l’inverno, l’albergo si svuota e i tre rimangono da soli.

Subito iniziano ad accadere cose strane:Danny vede i fantasmi delle ragazzine uccise e scopre che nella camera 237 si aggira il fantasma della moglie di Grady.

Jack intanto inizia a dare segni di squilibrio mentale:la scarsa ispirazione letteraria, unita all’isolamento, lo conducono alla pazzia.

Così un giorno incontra il fantasma dell’ex-custode assassino che lo esorta a sterminare Danny e Wendy.Inizia così a braccare sua moglie e suo figlio.

Questi però si mette in contatto con Halloran, che intuisce il pericolo e raggiunge l’hotel:viene però ucciso da Jack con un’ascia.

Wendy cerca di scappare col gatto delle nevi, ma Jack aveva già provveduto a metterlo fuori uso.

Intanto il bambino, inseguito dal padre, scappa nel labirinto che sorgeva accanto all’hotel:trovata l’uscita, riuscirà a salvarsi, mentre Jack, bloccato all’interno del labirinto, morirà congelato.

Commento:il film è ripreso da un libro di Stephen King. Kubrick, però, come al solito, lo riprende solo sotto alcuni aspetti mentre ne tralascia molti altri.

Mentre King cerca di spiegare sotto ogni aspetto la discesa verso la pazzia di Jack, Kubrick tralascia tutto, riuscendo a mantenere all’interno del film quell’atmosfera malefica che lo pervade dall’inizio alla fine.

In “Shining” costante è il tema del labirinto:labirintiche sono le strade che Jack percorre per arrivare all’hotel, labirintici sono i corridoi dell’Overlook(ciò si nota nelle scene in cui Danny li percorre col suo triciclo), labirintiche sono le cucine.

A proposito delle cucine, Wendy dice una frase molto esplicativa:“mi dovrò riempire le tasche di briciole di pane per non perdermi”.

Infine abbiamo la scena del labirinto vero e proprio:esso sta anche a rappresentare l’ormai irreparabile condizione di Jack. Mentre Danny riesce ad uscirne, Jack, in preda ormai al delirio, rimane intrappolato al suo interno ed allo stesso tempo è destinato a morire in preda alla demenza a cui l’Overlook l’aveva portato.

Il labirinto rappresenta la mente dell’uomo:mentre Danny ha ancora perfettamente coscienza delle sue azioni, Jack è ormai smarrito sotto tutti i punti di vista ed il labirinto metterà fine alle sue sofferenze.

Senza dubbio il film si regge in primo luogo sulla maestosa recitazione di Jack Nicholson:la sua prova d’attore è talmente intensa da farlo identificare col personaggio di Jack Torrance.

Nicholson riesce a rappresentare le progressive fasi che portano Jack a perdere del tutto il lume della ragione:la scena in cui si capisce che Jack ormai è impazzito è probabilmente quella in cui Wendy legge che il libro di suo marito non era in realtà la ripetizione delle parole “il mattino ha l’oro in bocca”(che in inglese era All work and no play makes Jack a dull boy”).

Una menzione va anche agli altri attori del film:Shelley Duvall nel ruolo della apparente debole moglie di Jack, Danny Lloyd nel ruolo di Danny e Scatman Crothers nel fondamentale ruolo del cuoco Halloran, unico “ponte” di collegamento tra l’isolamento e la civiltà.

In definitiva, questo è il punto di riferimento a cui ogni regista di film horror dovrebbe ispirarsi per produrre un buon film:”Shining” è la dimostrazione di come un film possa terrorizzare in modo soprattutto psicologico, senza dover ricorrere ad altri espedienti, come l’uso del sangue in quantità esagerata o di scene eccessivamente truculente, cosa che ai registi di oggi sembra riuscire molto bene!!



postato da balza | 17:02 | commenti (3) |
04/09/2004
 

FAHRENHEIT 9/11

Trama: E’ sicuramente uno dei film più discussi del momento, vincitore della palma d’oro a Cannes, Fahrenheit 9/11 può essere semplicisticamente (ma neanche tanto) definito come una vera e propria crociata nei confronti dell’attuale amministrazione americana, nella quale capeggia George W. Bush, indiscusso protagonista e mattatore della pellicola/documentario girata da Michael Moore. Il documentario ripercorre e analizza scrupolosamente tutte le fasi ed i sotterfugi del governo Bush: dai brogli per l’insediamento alla casa bianca del “cowboy texano”, al rapporto d’amicizia e collaborazione finanziaria con la famiglia Bin Laden, fino ad arrivare alle incomprensibili motivazioni che hanno portato all’attacco dell’Iraq. E’ ciò che viene definito: un vero e proprio film denuncia, nel quale non viene risparmiato nessuno, tantomeno quell’ala democratica così vicina a Moore, rea, secondo il corpulento regista, di esser stata l’indiretta complice delle idiozie repubblicane. Fahrenheit 9/11 è, al tempo stesso, uno strumento di grande impatto sociale, capace di descrivere senza tanti giri di parole il degrado classista e l’arroganza dei soliti potenti.

Commento: Qualcuno diceva che “..il potere logora chi non ce l’ha”. Niente di più calzante, a mio avviso, per definire il messaggio che Michael Moore cerca di trasmetterci, specie nel finale del film, con Fahrenheit 9/11. Dietro alle accuse di facciata rivolte a Bush e ai suoi collaboratori, infatti, si cela un determinato intento del regista americano, che in un primo momento può sembrare quello di voler mettere in ridicolo una classe politica che di politico ha ben poco, ma che in realtà vuol fornire qualcosa in più di una semplice presa per i fondelli dai toni propagandistici. Bush nel film viene rappresentato in tutta la sua inettitudine ed incompetenza nello svolgere il ruolo di uomo più potente al mondo (e non solo), un uomo che sembra essere molto più occupato ad andare a pesca e giocare a golf piuttosto che combattere il terrorismo. La miriade di prove e di documenti, sapientemente assemblati da Moore, sono un vero e proprio attacco al potere visto come mezzo di sopraffazione. Emblematico è il passaggio in cui il regista si reca a Flint, sua città natale, dove la povertà ed il degrado sociale costringono la gente a doversi per forza arruolare per tirare avanti facendo così il gioco della classe dirigente che da sempre sfrutta il più debole.Nonostante il film presenti toni puramente documentaristici: un pot-pourri di interviste, testimonianze e carteggi vari, non assume mai quel carattere cosiddetto “soporifero” tipico dei migliori documentari, e anzi, oltre a riuscire a colpire lo spettatore grazie ad un linguaggio semplice e diretto lo allieta con la contraddistinta ironia del regista pacioccone. Fahrenheit 9/11 è un film che non vuole schierarsi da nessuna parte, ma che con la sua spregiudicatezza e genuinità vuole ancora una volta mettere in risalto l’arroganza di chi ha in mano le sorti di un paese.

Voto al film: 7



postato da dcql | 16:34 | commenti (5) | recensioni








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